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Porre un freno ai cambiamenti climatici è oggi una sfida a cui tutti siamo chiamati a contribuire, al fine del raggiungimento degli obiettivi fissati a livello nazionale ed internazionale. Le filiere agroalimentari possono e devono fare molto per arrivare alla neutralità climatica, cioè la conquista di un equilibrio tra le emissioni di carbonio ed il loro assorbimento.

Per ridurre le emissioni di gas serra, le filiere alimentari devono migliorare continuamente l’efficienza dei processi produttivi, al fine di utilizzare sempre meno risorse, e implementare pratiche produttive che integrano gli ecosistemi naturali e tutelano i carbon sink. Che cosa sono i carbon sink? Si tratta di stock di carbonio – come il suolo, le foreste, le coperture erbose e le torbiere – che sono in grado di assorbire il carbonio togliendolo dall’atmosfera. Diventano così essenziali la misura ed il monitoraggio, per quantificare le emissioni di gas serra effettive, pianificarne la mitigazione e monitorare i progressi.

La strategia “From Farm to Fork” consente di evidenziare cosa le filiere alimentari debbano realizzare per sostenere gli obiettivi del Green Deal. In sostanza, bisogna lavorare su diversi punti importanti per una produzione alimentare sostenibile: la riduzione degli sprechi alimentari, la diminuzione dei rifiuti da packaging attraverso l’impiego ed il riciclo di materiali rinnovabili al confezionamento, la riduzione dell’energia nei processi produttivi con l’introduzione di fonti rinnovabili, l’elettrificazione dei mezzi di lavoro e dei trasporti per la distribuzione.

Le filiere alimentari stanno investendo molto in prodotti e tecnologie green, anche in virtù della consapevolezza che investire in sostenibilità significa essere più competitivi e con un fatturato medio superiore rispetto a chi invece non investe.

Esistono però delle emissioni che, pur essendo connesse alle attività dall’azienda (e sulle quali quindi essa ha un’influenza) non sono sotto il suo diretto controllo, ad esempio le attività dei fornitori, dei fornitori di servizi, delle materie prime, l’arrivo e la partenza dei dipendenti, i viaggi di lavoro, i rifiuti eccetera: si tratta delle cosiddette emissioni di “Scopo 3”. Calcolare le emissioni di Scopo 3 lungo tutta la catena di approvvigionamento è molto più difficoltoso che non farlo con le altre, relative alle attività proprie o controllate dall’azienda (Scopo 1) oppure quelle provenienti dalla generazione di energia elettrica acquistata o acquisita, vapore, calore o raffreddamento che l’organizzazione consuma (Scopo 2).

Questo accade perché le emissioni di Scopo 3 sono associate ad altre entità, diverse dall’azienda stessa, con cui però l’azienda interagisce a monte e a valle della catena di approvvigionamento. Le emissioni Scopo 3 a monte comprendono, ad esempio, quelle generate dalla produzione delle materie prime, mentre quelle a valle includono quelle causate dall’utilizzo o dallo smaltimento del prodotto finale venduto da un’azienda. Ecco perché un’azienda che ha ridotto perfettamente le sue emissioni, può poi scoprire che la maggior parte del suo impatto è ancora causato dalle emissioni di Scopo 3.

Cosa si può fare per ridurre queste emissioni? Sicuramente risulta fondamentale la selezione dei fornitori sulla base della priorità che essi danno alle tematiche di sostenibilità e alle azioni che in questo senso intraprendono. Allo stesso modo è fondamentale comunicare e collaborare tra i vari anelli della catena, per condividere gli obiettivi per la transizione verso il Net Zero, cercare nuovi partner con cui intraprendere un percorso di decarbonizzazione, escogitando insieme nuovi modi per rendere insieme più ecologica l’intera filiera agroalimentare.

 

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