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I sottoprodotti alimentari hanno un ruolo chiave ai fini dell’economia circolare. Essendo prodotti minori o secondari ottenuti nel processo di produzione dei prodotti principali, i sottoprodotti acquisiscono un nuovo valore in termini di riutilizzo e riciclo, al fine di ridurre i rifiuti e gli sprechi al minimo. Gli scarti o i sottoprodotti della filiera agroalimentare possono essere considerati delle vere e proprie materie prime destinate ad altri settori, come quello per la produzione di energia, di mangimi per il settore zootecnico o di concimi naturali, in una logica di ciclo chiuso, dove lo scarto diventa risorsa e niente viene gettato via. È appunto questo il concetto di economia circolare, che è alla base della sostenibilità.

Tra i principali sottoprodotti dell’Industria alimentare troviamo quelli di origine animale, derivanti dalla zootecnia e dalla trasformazione delle carni e del latte, quelli dell’industria bieticolo-saccarifera, con polpe e melasse, i sottoprodotti dell’industria molitoria e di produzione della birra, come amidi, crusche e fibra; o ancora quelli dell’industria olearia, tra cui farine di semi, sanse e biomasse e i sottoprodotti dell’industria viti-vinicola per impianti di biogas e biometano. Le qualità dei sottoprodotti possono essere nutrizionali, valorizzate dalla mangimistica, oppure chimiche, impiegate nella cosmetica e farmaceutica, energetiche, grazie alla produzione di biogas e biomasse, e agronomiche tramite la produzione di fertilizzanti. Compito dell’industria è la valorizzazione massima di questi sottoprodotti alimentari, evitandone il loro smaltimento in discarica come rifiuti.

L’industria mangimistica è da sempre uno degli attori principali e custode dell’economia circolare, includendo sottoprodotti di altre produzioni alimentari, che possono arrivare anche fino al 50% della composizione complessiva del mangime. Un esempio è l’impiego della crusca di frumento derivante dai molini per la produzione di farina. A proposito si parla anche di ex-prodotti alimentari, che però non sono dei sottoprodotti, ma degli ex alimenti che non sono più idonei al consumo umano, perché scaduti o con difetti, ma possiedono ancora un valore nutritivo importante. Per questo vengono declassati ad ingredienti utili a formulare mangimi per gli animali. Questa è una nuova strategia di economia circolare efficace per ridurre gli sprechi, le emissioni di CO2 e ad aumentare l’efficienza.

Le filiere di produzione delle carni sono a riguardo le più virtuose, fortemente integrate con molti altri sistemi economici, sia a livello delle aziende agricole che della trasformazione industriale, con una produzione molto vasta di sottoprodotti. Basti pensare all’industria della macellazione bovina, da cui derivano sottoprodotti di origine animale che possono essere impiegati in settori anche profondamente diversi. Dagli allevamenti ad esempio discendono sottoprodotti come pelli, lana o alcune parti del bovino che vengono utilizzate per applicazioni mediche o nella cosmetica, come saponi e make up. I tessuti animali vengono impiegati nella preparazione di dispositivi medici, come valvole cardiache, capsule farmaceutiche: oppure nel pet food, o per gelatine a uso alimentare, per la produzione del cuoio e del caglio utilizzato nell’industria casearia.

Gli scarti e sottoprodotti, come accennato, possono essere anche avviati alla conversione in compost e fertilizzanti o al recupero energetico, come nel caso dei grassi che possono essere trasformati ad esempio in biodiesel. Potature, stoppie di mais o grano, lolla di riso, mallo di mandorla, fogliame secco e tutti i residui e sottoprodotti agricoli possono costituire la biomassa vegetale da cui ottenere ammendanti come il carbone vegetale biochar.

Anche nel settore della pesca marina, vengono valorizzati i sottoprodotti della lavorazione del pesce destinato al consumo umano, per la produzione di farine e oli di pesce. E ancora bucce di pomodoro, foglie di mais, semi non conformi, noccioli della frutta, torsoli e pastazzo di agrumi: la parola d’ordine è “rigenerare”, ovvero dare ai sottoprodotti vita nuova ai fini dell’obbiettivo comune dello zero waste. Lo sviluppo sostenibile parte anche da qui.

 

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